Non sono attività commerciali, non sono bar o ristoranti, e neanche teatri o scuole: il risultato è che i 3000 circoli Acli e i 4000 circoli Arci sono rimasti quasi sempre chiusi da quando è esplosa la pandemia, con pochissime finestre che hanno rappresentato anche dei costi notevoli per la sanificazione. Ristori, nulla, perché non sono attività economiche anche se molti gestori hanno la partita Iva e al loro interno lavorano alcune migliaia di dipendenti. E adesso sono allo stremo, molti di loro rischiano di non riaprire più: "Anche quando i bar e i ristoranti erano autorizzati almeno a vendere cibo e bevande di asporto, noi siamo rimasti chiusi, una vera ingiustizia. - ricorda il presidente delle Acli, Emiliano Manfredonia - Adesso finalmente da poche settimane siamo autorizzati anche noi, nelle zone gialle, alla somministrazione di cibo e bevande da asporto. E il decreto Ristori ci ha messo a disposizione 70 milioni, per i quali ancora però non sono stati resi noti i criteri di divisione. Le associazioni del Terzo Settore sono moltissime, non vorrei che si scatenasse una guerra tra poveri, però spero che si tenga conto anche che noi paghiamo affitti e bollette, anche quando rimaniamo chiusi. La metà dei nostri circoli a causa delle difficoltà economiche rischia di non riaprire più, sono a rischio non soltanto diverse centinaia di posti di lavoro, ma anche i presidi sociali spesso unici in Comuni molto piccoli dove a volte non c'è neanche un bar".

Il Fondo per il Terzo Settore con la conversione in legge del Decreto Ristori dovrebbe passare dagli attuali 70 a 170 milioni, è stato approvato un emendamento in Senato. Inoltre Acli e Arci contano anche su una proroga della scadenza per l'accesso ai prestiti garantiti anche per il Terzo Settore non commerciale, perché alcuni circoli altrimenti non riusciranno a far fronte a tutte le spese arretrate. Nonostante le difficoltà, i circoli intanto si stanno mettendo a disposizione delle autorità sanitarie per i vaccini: "Nelle Marche e in Toscana già sta avvenendo. - spiega la presidente dell'Arci Francesca Chiavacci - Per noi la situazione sta diventando così difficile che non riusciamo neanche a fare il tesseramento. Avevamo un milione di soci, adesso abbiamo tra i 300 mila e i 400 mila tesserati perché, dal momento che siamo stati costretti a rimanere chiusi, molti non sono riusciti neanche a rinnovare la tessera. Non siamo stati considerati dai tanti decreti, nonostante anche noi facciamo parte dell'economia, paghiamo le bollette, abbiamo dei dipendenti. E non tutti sono andati in cassa integrazione: ci sono per esempio associazioni che da noi fanno corsi di teatro, spettacoli, in luoghi dove non ci sono presidi culturali, e i nostri circoli sono l'unico posto dove si svolgono attività di questo tipo. Si tratta di atttività sociali importanti, non capisco come il loro valore non sia stato compreso, neanche considerato".

"A Orciatico siamo in 180. - spiega il presidente del circolo Acli, Francesco Brunetti - Siamo una frazione di Laiatico, in provincia di Pisa, è il paese di Andrea Bocelli. Da noi non c'è neanche un bar, non c'è niente, vivono solo anziani. Per loro i nostri volontari svolgono diversi servizi: pagano i bollettini all'ufficio postale, comprano le medicine. Ci manteniamo facendo il caffé per i paesani, la sera si beve un bicchiere. D'estate vengono da noi anche gli inglesi: c'è un villagino con dodici appartamenti, vengono qui da anni, sono anche nostri soci. A volte mandano i parenti e gli amici, li conosciamo tutti. L'anno scorso però non sono venuti. Abbiamo un conticino in banca con quello che abbiamo messo da parte negli anni, si sta assottigliando sempre di più, se non riusciamo a riaprire non so come faremo a pagare le spese nei prossimi mesi".

"E' quasi un anno, tra aperture e chiusure, che non si fa attività.- concerma Gabriele Moroni, presidente Arci Piemonte - Certo la cassa integrazione ci ha dato un grosso aiuto per i circoli più grandi, dove c'erano diversi dipendenti, ma ci sono anche i lavoratori non stabili come gli artisti che tengono i corsi o fanno gli spettacoli, attività stagionali, non strutturati, loro non hanno avuto alcun tipo di contributo e noi non abbiamo potouto aiutarli. Le nostre attività sono state sospese a lungo anche nelle zone gialle. Speriamo che gli aiuti arrivino presto, anche se si tratta di cifre limitate almeno potremo pagare le bollette".

"Da noi, nel basso Mantovano - dice Antonio Valli, membro della presidenza provinciale delle Acli di Mantova - ci sono anche molte famiglie di stranieri che vivono nei paesini, spesso si tratta di comuni piccolissimi, di 300 o 400 abitanti. Hanno anche difficoltà con l'italiano, noi cerchiamo di aiutarli tenendo corsi di alfabetizzazione ma adesso tutte le attività sociali sono sospese. Siamo riusciti solo a mantenere aperti i servizi, cioè i patronati e i Caf. Ma per molte persone i nostri circoli sono punti di riferimento importanti, rimanevano sempre aperti dalle 7 alle 21.30. Adesso invece si è creato il vuoto".
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