Recovery Fund: si va verso contributi al Terzo Settore

Le immagini delle file davanti a Pane Quotidiano, punto di distribuzione di pasti quotidiani ai più bisognosi, avevano fatto grande scalpore prima di Natale. Eppure il fatto che l’impoverimento della popolazione fosse uno dei maggiori effetti della crisi da pandemia non era un fatto nuovo. Nell’ultimo suo rapporto, il Censis aveva stimato che 5 milioni di italiani hanno difficoltà nel mettere in tavola pasti decenti, 600mila persone si sono aggiunte ai poveri e 7,6 milioni di famiglie hanno subito un severo peggioramento del tenore di vita nel corso del 2020.

Nell’ultima bozza, datata 29 dicembre, del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), il programma di investimenti che l’Italia deve presentare alla Commissione europea nell’ambito del programma Next Generation EU, non appare però mai il termine economia sociale, né le sue componenti, cooperative, associazioni di volontariato o imprese sociali. L’espressione terzo settore appare solo negli stanziamenti per 90 milioni contro la povertà educativa e per 130 milioni nella valorizzazione di beni confiscati alle mafie.

Delle novità potrebbero arrivare nella prossima bozza, visto che il governo starebbe aprendo alle richieste di Italia Viva e Partito Democratico. Il PD, in particolare, avrebbe ottenuto più fondi per i servizi sociali, la disabilità, l’integrazione sociosanitaria, i giovani, il terzo settore, gli anziani e per gli asili nido.

“Aiutare chi aiuta dovrebbe essere il nuovo approccio della struttura statale anche trasferendo alle organizzazioni dell’economia sociale le tante risorse pubbliche destinate a fronteggiare l’emergenza povertà”, ha scritto Gian Paolo Gualaccini, consigliere CNEL e capodelegazione Terzo Settore, su Vita, affermando che lo Stato dovrebbe puntare a mobilitare le risorse dell’universo non profit italiano, “in grado di assicurare una migliore capacità di spesa di fronte alla complessità della domanda sociale”.
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