Cos'è il Fondo nazionale per il Terzo Settore?

Negli ultimi tempi, di fronte ad una crisi sempre più aggressiva, che sicuramente comporterà tempi molto difficili anche per l’universo non profit, si è iniziato a parlare di un Fondo Nazionale di sostegno al Terzo Settore. Ha dato il la Carlo Borgomeo su Il Mattino di Napoli il 3 marzo scorso, proponendo in modo argomentato un intervento specifico per il Sud e gli ha fatto eco Claudia Fiaschi in un’intervista a Vita delll’1 aprile, chiedendo l’istituzione di un fondo nazionale per la trasformazione digitale e lo sviluppo di piattaforme, da veicolare attraverso le reti. Altri interventi seguiranno e, presumo, inizieranno ad essere formulate proposte operative più specifiche. Dietro il termine “Fondo Nazionale di sostegno” si potrebbe però celare un’ambiguità che va chiarita, così da poter compire scelte consapevoli e corrette. Riguarda il “cosa” e il “come” finanziare.

Per quanto concerne il “cosa”, l’alternativa è tra finanziare l’operatività delle organizzazioni oppure il loro irrobustimento e sviluppo. Di norma, nel primo caso l’intervento riguarda principalmente il sostegno alle attività da svolgere e ai progetti da realizzare, nel secondo si mira invece al rafforzamento delle organizzazioni in termini di struttura patrimoniale, competenze professionali, organizzazione.

Dall’orientamento al “cosa” finanziare discende evidentemente il “come” finanziare.

In un caso si tratterà tendenzialmente di contributi a fondo perduto in conto esercizio, proporzionali al volume di attività svolta, eventualmente corredati da qualche forma di anticipazione finanziaria: la consueta struttura di finanziamento della maggior parte dei “progetti” sostenuti con risorse pubbliche o della filantropia istituzionale.
Nel secondo caso l’intervento, riguardando il rafforzamento patrimoniale e talvolta – troppo rararamente e troppo poco – il rafforzamento e l’innovazione delle competenze e della organizzazione vedrà l’entrata in campo altre altre modalità di intervento, con, negli ultimi tempi, una netta preferenza per gli strumenti – e i vincoli - tipici del venture capital, riproposti in temini di “finanza d’impatto”.
Nel momento in cui si avvia la riflessione su un “Fondo nazionale per il Terzo Settore” credo ci si debba chiarire verso quale delle due prospettive ci si intenda muovere, e questo dovrebbe innanzitutto stare a cuore al mondo del Terzo Settore e alle sue rappresentanze, tutti chiamati ad una prova di maturità. Anche perchè l’esperienza di molti di noi, sulla breccia da molto tempo, nonchè autorevolissimi studi ( per tutti Dambisa Moyo, “La carità che uccide” 2009; Esther Duflo, “I numeri per agire” 2011; Thaler/Sunstein, “Nudge-la spinta gentile” 2014 ) dovrebbero averci ormai convinti del fatto che la distribuzione di incentivi raramente risulta essere una operazione neutra. Può aiutare, ma può anche generare grossi guai. Progetti sovradimensionati che determinano effetti-soufflè in organizzazioni non attrezzate, che poi collassano. Abbandono di vocazioni e strategie per inseguire le fonti di finanziamento del momento, con conseguente trasformazione delle organizzazioni in “progettifici”. Accordi opportunistici tra organizzazioni - le famigerate ATS - finalizzate sostanzialmente alla spartizione delle risorse dei progetti, in luogo di integrazioni collaborative di lungo periodo. Ma soprattutto destinatari finali dell’intervento rispetto ai quali non si consolidano forme di capacitazione di lungo periodo, come sempre dovrebbe avvenire, fuori dalle gravi emergenze.

Tutto questo credo debba essere adeguatamente approfondito, soprattutto in un momento in cui si sta riflettendo su come, a fronte della situazione determinatasi a causa del covid-19, si debba sì rispondere all’emergenza, ma al contempo intervenire per favorire cambiamenti strutturali dell’azione economica e sociale. Così da provare a rimodellare, migliorandole, le forme di convivenza. A tal fine la rimeditizione circa le esperienze trascorse è assolutamente necessaria. Ed il passato non ci consegna solamente esperienze negative. Anzi lo sforzo vero da compiere oggi non dovrebbe essere quello della frenetica ricerca di una generica innovazione, di cui sono conditi come col prezzemolo la quasi totalità dei bandi dei distributori di incentivi – con qualche eccezione -, ma la ricerca e la riproposizione aggiornata e la diffusione delle migliori esperienze già collaudate.

A questo fine vorrei ricordare due esperienze di successo nella mobilitazione di risorse pubbliche a favore dello sviluppo delle organizzazioni del Terzo settore. Ad esse dovrebbe ispirarsi un Fondo nazionale chiaramente orientato a rinforzare i soggetti, non tanto a sostenerne le attività. Finalità, questa seconda, per la quale credo siano necessari dispositivi diversi da un unico centro nazionale di distribuzione di risorse. Mi riferisco al PROGRAMMA FERTILITÀ, gestito dall’allora Sviluppo Italia – oggi Invitalia – e al FONDO JEREMIE, messo in campo da Finlombarda – finanziaria regionale della Regione Lombardia. Il primo all’inizio e il secondo verso la fine del decennio 2000/2010

La logica del Programma Fertilità fu quella di stimolare e sostenere lo spirito di collaborazione tra organizzazioni del Terzo settore, affinchè quelle più esperte e collaudate scendessero in campo per affiancare l’avvio o la crescita di altre realtà in diversi territori del paese. Il meccanismo era ben congegnato e i diversi incentivi ben dosati. Il tutto gestito da un gruppo di lavoro appassionato e competente. Fu così possibile generare trasferimenti di know-how, irrobustimento di reti, capacità di supporto in fasi critiche, ed in questo modo produrre il fiorire di numerose nuove iniziative, che poi si sono sviluppate e ancora oggi operano con successo e con un significativo saldo occupazionale positivo. Il tutto ottenuto con risorse nel complesso modeste. Ricordo bene, in occasione della riunione di presentazione dei risultati e della valutazone da parte di un centro di ricerca indipendente, il grande stupore all’allora amministatore delegato di Invitalia per gli straordinari risultati raggiunti. Forse fu proprio questo successo a determinare la conclusione dell’esperienza. Si trattava di esiti troppo positivi se confrontati con altre linee d’azione sostenute da finanziamenti ben più ingenti. Tutto finì nel cassetto: il rapporto ed anche il programma. Credo sia giunto oggi il momento di tirarli fuori.

Una esperienza per certi versi analoga fu quella del Fondo Jeremie dedicato da Finlombarda alle cooperative sociali di inserimento lavorativo che, come ben ricordano molti cooperatori lombardi, permise, negli anni successivi alla crisi del 2008, di riuscire comunque ad irrobustire un settore che oggi evidenzia numeri e capacità di attività economica e di impatto sociale che non hanno, nel complesso, uguali sul teritorio nazionale. Il dispositivo era centrato sul sostegno della struttura patrimoniale e interveniva raddoppiando gli aumenti di capitale effettuati dai soci e versati grazie ad una anticipazione finanzieria, sempre a valere sul fondo.

Gli elementi comuni ai due programmi furono:

puntare sul rafforzamento patrimoniale, senza necessariamente correlarlo strettamente a specifici investimenti immobiliari o in beni strumentali;
mettere in campo diversi dispositivi, tra loro coordinati e integrati, ed in particolare, dosare in modo equilibrato apporti finanziari e contributi a fondo perduto;
prevedere forme di corresponsabilizzazione dei diversi soci delle organizzazioni;
affidare la gestione a strutture competenti e snelle;
richiedere per l’erogazione il conseguimento di obiettivi e non tanto rendicontazioni di giustificativi.
Criteri tutti che dovrebbero entrare nella regolazione del futuro Fondo per il Terzo Settore.
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