Terzo Settore come cardine per mantenere la coesione sociale

Abbiamo urgenza di riscrivere un piano di interventi ad ampio respiro per le giovani generazioni. Ciò richiede di meglio destreggiarsi sulle onde del caos originato da una stasi istituzionale e da un vuoto programmatico, a tutti i livelli di responsabilità e competenza, in riferimento alle politiche di contrasto al disagio giovanile.

Al di là di ogni rappresentazione originata da una cultura sociale che ripropone uno storico dualismo mente e corpo, è del tutto evidente che la crisi sanitaria si stia trasformando in crisi psicologica. Mistificare la realtà è un errore marchiano. Assistiamo nella fascia adolescenziale ad un incremento delle attività autolesive. Le diagnosi che prevalgono sono quelle del tentativo di suicidio. In questi ultimi mesi si registrano disturbi come l’ansia, l’irritabilità, lo stress, i disturbi del sonno, direttamente connessi alla condizione di isolamento.

Nel diffuso disagio dei ragazzi si inseriscono tematiche sociali inevase che si sono particolarmente acuite col processo di trasformazione dell’interazione sociale causato dalle misure di contenimento, determinando nelle diverse forme di dipendenza la facile illusione di una riduzione dei pensieri negativi o sfociando in forme di autolesionismo e violenza estrema.

Il facile consumo di alcol da parte dei minorenni non accenna a diminuire in ragione della diffusione dei servizi di home delivery, quale effetto prolungato dei vari lockdown.

Di contro, nessuna esperienza di luoghi consistenti e forme di socialità rassicuranti, ovverosia capaci di ascolto e mediazione in grado di superare una concezione privatistica del disagio a vantaggio della socializzazione di angosce e fragilità così da poter accogliere a braccia aperte ombre e domande di senso.

Questo stato di crisi – che annega ogni visione del futuro – sospinge i nostri ragazzi verso viaggi di allucinazione alla ricerca di uno stato ingannevole di beatitudine, quel che Davide Rondoni definisce un “finto pieno di una vita vuota”, nel mentre noi restiamo incredibilmente statici, senza provare ad immaginare progettualità a forte impatto in grado di riaprire una partita educativa complessa, che non può non essere “pubblica” ovvero di tutta la comunità.

La possibilità di nuove risorse drenate dal Programma “Next Generation Eu” rappresenta una oculata occasione per agire in prevenzione e cura con riferimento al malessere giovanile, meglio investendo in tema di salute mentale, sui programmi di contrasto alle dipendenze e non certo ultimo per importanza, sul sistema – scuola.

Urge un piano di investimenti che si accompagni ad una chiara strategia di cambiamento e di una valutazione di impatto “ex ante” atta ad evitare una dissipazione di risorse e una replicazione di interventi irrazionali perché non coerenti con i reali bisogni di benessere della popolazione giovanile.

Senza ignorare il fatto che gran parte delle risorse economiche messe in campo dall’Unione Europea sono a debito, il rapporto debito/pil finirà inevitabilmente per aumentare, per cui a maggior ragione necessita un guizzo di più ampia responsabilità politica nell’impiego di fondi capaci di produrre concreti risultati nell’ambito della salute sociale.

Il disegno di ogni intervento o di ogni programma di prevenzione, assistenza e cura non potrà non partire da questi assiomi metodologici.

Innanzitutto, si rende non più rinviabile l’attuazione di una programmazione delle risorse economiche e professionali con una chiara visione condivisa da tutti i portatori di interesse al fine di orientare al meglio la destinazione degli interventi (equità) e di favorire l’intento cooperativo/collaborativo tra i diversi stakeholders.

A tale scopo, è indispensabile la messa in campo di un coordinamento tra servizi che si occupano di prevenzione e assistenza, nonché tra operatori, utenti, familiari, associazioni, Enti del Terzo Settore. Tutti i soggetti chiamati in causa si devono sentire impegnati a ridurre l’impatto di fattori di rischio e ad aumentare l’incidenza di fattori protettivi.

Risulterà essenziale l’approccio comunitario che andrà a focalizzarsi sulla promozione della salute e degli stili di vita sani, in una fascia di età in cui si preannuncia la prevalenza di disturbi psichici, e sulla necessità di progettare servizi integrati. Paradigmatica è l’esperienza attuata in alcuni territori del servizio di educativa di strada come progetto di contenimento del disagio giovanile in sinergia con i servizi sociali.

Da ultimo, vanno ridefinite le politiche educative; sappiamo come la scuola favorisca le relazioni tra coetanei e dunque costituisca un efficace ammortizzatore dei conflitti adolescenziali.

Ormai va raccolta la sfida di paradigmi culturali, organizzativi ed educativi sinora indebitamente tenuti a distanza. È tempo di ridare forza alla speranza e nuova dignità alla partecipazione politica per il bene dei nostri figli.

Nel nostro tempo è senza senso aspettare che qualcuno venga dal mare per riportare la Legge sull’isola devastata dall’egotismo dei Proci. Però è altrettanto vero che, nell’epoca della evaporazione del padre, bisogna sapersi liberare dall’ossessione del passato: sono proprio i figli che ci indicano la nuova direzione verso cui guardare, perché i figli sono i giusti eredi ed essi reclamano il bisogno di nuove forme di socializzazione, di nuovo dialogo, di nuove relazioni, di nuovi sguardi.
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