Ambiente, Terzo Settore e nuove generazioni

Non ci siamo fatti mancare nulla in fatto di ambiente durante quest’ultima estate. I record di temperatura - è stata la più calda dal 1880 - e gli incendi catastrofici in Amazzonia e Siberia finiti sul tavolo del G7 di Biarritz con annessa polemica tra Macron, consorte e Bolsonaro. Ma a proposito di polemiche si potrebbero ricordare quelle nostrane tra le associazioni ambientaliste per i concerti di Jovanotti. E che dire poi del nuovo governo basato su una maggioranza anomala ai limiti del surreale che ha trovato, almeno a parole, un punto di contatto politico forte e significativo proprio sul green?
Il tutto mentre la giovanissima attivista Greta Thumberg veleggiava verso New York sull’imbarcazione “Malizia II” del principe ecologista di Monaco per partecipare a una sessione delle Nazioni Unite e la nuova presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen dava vita a un nuovo e pesante portafoglio di risorse e competenze incardinandolo su un commissario dedicato al green new deal continentale. Da questo bailamme emergono almeno due aspetti rilevanti che in un contesto solo in parte diverso erano già stati evidenziati in “realismo capitalista” il saggio seminale di Mark Fisher che come pochi ha saputo raccontare non solo la parabola evolutiva (alla Piketty), ma anche gli esiti in termini culturali e biologici dell’affermazione del modello economico che da un paio di secoli detta la linea incidendo profondamente sulla biosfera.
Il capitalismo e la ragazzina
Il primo aspetto riguarda il paradosso legato alle modalità di affermazione del capitalismo che pro- prio mentre raggiunge il suo livello massimo di pervasività — sintetizzato dal famoso (e ormai datato) “there is no alternative” di Margaret Thatcher — genera un irrigidimento che limita i suoi tentativi di autoriforma (basti pensare ai fenomeni di green washing) e lo espone in modo fin troppo evidente all’impatto di micro sollecitazioni esterne. In sin- tesi basta una ragazzina di 16 anni per ri-svelare le storture e accelerare il processo di implosione che lo stesso capitalismo, evidentemente, cova al suo interno. Un po’ come nella famosa fiaba dove è un bambino a indicare quello che tutti vedono ma non possono o vogliono dire cioè che il re è nudo. Dunque nel momento in cui il quadro si fa particolar- mente oscuro, o meglio monocromatico, basta una luce improvvisa, anche debole, per evidenziare che l’alternativa c’è. O almeno che potrebbe esserci.
La seconda suggestione è ben rappresentata da una domanda rivolta in particolare alla società civile. “Che succederebbe se organizzassi una protesta e venissero tutti?” provoca Fisher, lasciando intravedere un problema di proposta politica e di organizzazione sociale capace di dare seguito al flash che squarcia lo scenario. Su questo punto si notano tendenze non facili da interpretare ma che restituiscono un sommovimento profondo nella pancia di una società italiana che è a sua volta mutata nella composizione interna come forse non mai nell’ultimo mezzo secolo. Persiste infatti l’onda lunga dell’ambientalismo legato a una mobilità sociale ascendente che oltre a riempire il portafo- glio raffina anche i codici culturali. E così, stando ai dati del Sole 24 Ore, la consapevolezza delle sfide ambientali e il conseguente attivismo sono diretta- mente correlati a livelli di reddito e di soddisfazio- ne personale crescenti. Il che potrebbe rivelare, al contrario, la presenza di una “società del rancore” che trova proprio nell’ambientalismo “radical chic” il bersaglio per denunciare il proprio stato di deprivazione. In parte, forse, è così ma non del tutto. Se si guarda, ad esempio, ai recenti dati del rapporto Coop sui consumi degli italiani si nota infatti una correlazione dall’andamento quasi opposto: perso- ne più povere e rancorose identificano comunque nell’ambiente un valore guida del loro stile di vita.

Non è tempo di revival
Questa nuova irruzione della questione ambientale pone una serie di interrogativi anche alle organizzazioni di Terzo settore...
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