Messaggio del Papa al Terzo Settore

Non è stato il solito inciso che correda le riflessioni e le analisi di un leader politico o di un'autorità morale e religiosa. Il riferimento al terzo settore - e alla filantropia - di papa Francesco nel corso del suo messaggio conclusivo ai giovani economisti radunati ad Assisi è stato chirurgico sia nel nominare i soggetti, sia nell'evidenziarne i limiti dello sviluppo. Non un apprezzamento generico, quindi, che poi è spesso l'anticamera dell'oblio quando si tratta di passare ai fatti, come si è dimostrato in questi mesi da parte del governo nazionale. Francesco invece ha sostanzialmente detto che la terzietà del settore non corrisponde alla sua capacità di sovvertimento dell'ordine prestabilito, ma alla sua residualità che rimanendo tale rischia addirittura di trasformarsi in una legittimazione dello status quo.

Niente di nuovo per qualcuno. Già da anni il terzo settore avrebbe intrapreso un percorso di istituzionalizzazione basato non tanto sull'alimentare una propria "cultura societaria", come la definiva il sociologo Pierpaolo Donati, ma piuttosto sull'assorbire, in maniera tutto sommato acritica, modelli e logiche organizzative di provenienza aliena, esponendosi così a forme di isomorfismo, per dirla ancora con linguaggio sociologico, rispetto alle imprese di mercato e, soprattutto, alle istituzioni pubbliche. L'intervento del Pontefice certificherebbe quantomeno la fine di una parabola evolutiva che, nel caso del contesto italiano, copre almeno gli ultimi quattro decenni. Un percorso istituente che non è riuscito ad impattare sugli assetti delle politiche, sui modelli organizzativi di produzione e distribuzione della ricchezza e, non da ultimo, sui comportamenti individuali e collettivi che cercano di innescare cambiamento positivo attraverso le scelte e i comportamenti quotidiani. Un fallimento quindi. Che di per sé potrebbe diventare una straordinaria occasione di apprendimento sia per il settore che per la società in generale visto che, in fondo, il terzo settore ha rappresentato la principale innovazione in un Paese che per il resto ha vissuto in una fase di "calma piatta" (o meglio di lento declino) ormai pluridecennale.

Ma nelle parole di Francesco che precedono e seguono questo giudizio ci sono anche suggestioni rispetto a una nuova morfogenesi del settore, attraverso la quale può differenziarsi e manifestarsi attraverso modalità nuove. Lo è, in modo evidente, nella stagione di nuovo movimentismo che stiamo vivendo ormai da qualche anno e che non si risolve solo in pratiche di recupero e di ripristino del sistema, ma sempre più in uno sforzo intellettuale e politico che viene anch'esso dal basso, contribuendo così a costruire nuove forme di rappresentanza e di domanda sociale da parte di soggetti fragili ed esclusi. Magari non saranno moltitudini novecentesche ma comunità che stanno sempre più imparando ad annidarsi nelle istituzioni dominanti come agenti di cambiamento. E poi, come dimostra l'evento di Assisi, è il corpo dell'economia a trasformarsi non solo negli ambiti già "settati" per combinarsi con obiettivi sociali (cooperazione, associazionismo, ecc.), ma anche, e forse soprattutto, in segmenti dell'economia mainstream rispetto ai quali la qualifica "for profit" appare sempre più limitante. Un po' come è accaduto negli anni scorsi proprio al terzo settore che ha provato a emanciparsi da una qualifica - la non lucratività - che restituiva una rappresentazione parziale delle sue peculiarità a livello di missione.

Ecco quindi che forse nel messaggio di Francesco c'è anche la via di uscita da questa involuzione: c'è un futuro per il terzo settore se avrà la capacità, e forse ancor prima la voglia, di cogliere segnali sempre meno deboli di cambiamento oltre il proprio perimetro.

Come? E' sempre il Pontefice a dare la ricetta: "avviare processi, tracciare percorsi, allargare orizzonti, creare appartenenza".
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