'Sostieni una no profit', Facebook ed il fundraising

Sono trascorsi quasi tre anni dal lancio della funzione raccolta fondi su Facebook e le statistiche parlano chiaro: lo strumento funziona e piace agli utenti, tanto da raccogliere a un anno dalla sua comparsa più di 300 milioni di dollari a favore di svariate cause. Introdotta nell’agosto 2017, è stata una delle novità relative alla possibilità di effettuare pagamenti su Facebook ed è un sistema semplice per lanciare una campagna di donazioni a favore di organizzazioni no profit o per cause personali. Oggi, le raccolte fondi attraverso Facebook sono diventate la norma: ognuno può metterne in piedi una cliccando il «Sostieni una no profit» e scegliendo tra un lunghissimo elenco proposto. La mossa di Zuckerberg, indipendentemente dal puro lato umano, è legata all’intento di ritagliarsi una fetta di mercato per poter competere con le piattaforme di fundraising.

Facebook offre la possibilità di scegliere due tipologie di raccolta fondi: donazioni a favore di organizzazioni no profit e donazioni a favore di cause personali. Nel primo caso, si ha la possibilità di scegliere fra oltre 750mila organizzazioni suddivise per categoria, ma anche fra quelle più popolari o suggerite sulla base dei propri interessi. Chi decide di creare una raccolta fondi a favore di organizzazioni no profit può infatti contare sui suggerimenti di Facebook che tengono conto della propria posizione, dei propri interessi nei confronti di alcune cause e soprattutto degli interessi dei propri amici. Questa tipologia di raccolta è esentata da commissioni di pagamento e può essere deducibile dalle tasse in base alle leggi fiscali del paese di appartenenza. L’idoneità delle organizzazioni è legata alla loro registrazione presso enti governativi e alla disponibilità di un conto corrente registrato presso un ente di servizi finanziari autorizzato.

Nel secondo caso, invece, scegliendo di creare una campagna di donazioni a favore di una causa personale si ha la possibilità di chiedere il versamento di una somma per sé, per un amico o per un’associazione non presente su Facebook. A differenza della raccolta fondi per le organizzazioni no profit, i costi di elaborazione dei pagamenti vengono addebitati al creatore della campagna e in alcuni paesi ci sono anche delle imposte legate alla distribuzione dell’importo raccolto. I fattori che determinano la tassazione dei fondi includono l’importo ricevuto, l’uso previsto dei fondi e il luogo di residenza.

Questo tipo di raccolta prevede anche alcune limitazioni, come ad esempio l’obbligo di non richiedere o accettare una retribuzione per l’uso delle funzioni delle raccolte fondi personali, l’obbligo di non offrire benefici ai benefattori in cambio di donazioni e il non lasciare intendere che le donazioni possono essere dedotte dalle tasse. Se l’importo delle raccolte fondi supera i 20mila dollari, l’utente riceverà da Stripe il modulo 1099 attraverso il quale dichiarare quanto ricavato.

Fra le campagne citate da Facebook all’interno della propria newsroom spiccano due casi di personaggi famosi che hanno avviato la raccolta fondi in occasione del proprio compleanno.

La funzione, abilitata per tutti gli utenti, ricorda a poca distanza dal proprio compleanno se si è interessati a dedicare la ricorrenza per raccogliere fondi e segnala le associazioni no profit che potrebbero interessare. Una volta scelta l’organizzazione a cui effettuare la donazione, tutti gli amici ricevono una notifica relativa all’attivazione del fundraising. Nel 2018 la cantante Madonna ha raccolto circa un milione di dollari da destinare a una fondazione che si occupa di bambini orfani in Malawi, mentre il cestista Stephen Curry ha raccolto più di 80mila dollari per un’associazione che combatte la malaria.

Tratti comuni alle due campagne sono la mission , accuratamente scritta e carica dell’emotività che ha reso possibile il quasi raggiungimento dell’obiettivo prefissato, gli aggiornamenti a cura degli organizzatori del fundraising e la possibilità di interazione da parte dei donatori nella sezione “attività” della raccolta.

Si può definire il Progetto Folle uno dei precursori delle raccolte fondi attualmente disponibili su Facebook? In un certo senso sì, ma occorre procedere per gradi. Il Progetto Folle è un’iniziativa a sfondo benefico nata per volontà di un social media manager senese e documentata attraverso un hashtag dedicato anche su Instagram e Twitter. Nel 2014 Antonio Cinotti sta per compiere 40 anni e, complice la sua passione per le moto e per la fotografia, chiede ai suoi amici e ai conoscenti di destinare l’ipotetica somma di un regalo a un progetto benefico che prevede la costruzione di un pozzo in Marocco. Facebook non ha ancora introdotto l’ormai noto strumento di pagamento raccolta fondi, quindi tutto ciò che può fare Antonio è utilizzare il proprio profilo personale per coinvolgere persone e documentare il viaggio che lo ha visto impegnato insieme alla moglie Francesca De Munari nella consegna di una pompa ad alimentazione solare per estrarre l’acqua da un pozzo a Begaa.

L’esperienza da social media manager e la necessità di dedicare il budget interamente al progetto lo portano a puntare esclusivamente sul traffico generato dai propri profili, poiché, come lo stesso afferma, «lavorando in questo settore so benissimo che senza advertising su Facebook il progetto, per quanto buono, non decollerebbe». Non viene volutamente creata una fanpage e a fare da diario di viaggio ci ha pensato un account su Tumblr. I post creati su quest’ultimo vengono condivisi sui vari profili e identificati con l’hashtag #progettofolle01. «Attraverso il #progettofolle01 e il successivo #progettofolle02 – commenta Antonio Cinotti nel corso di un’intervista rilasciata ai nostri microfoni – ho assistito a quella che è stata una sorta di evoluzione della comunicazione 2.0. Nel 2014 e nel 2016 le attività quotidiane venivano pubblicate su Tumblr e ripostate sul mio profilo Facebook con un buon riscontro in termini di visibilità e interazione, nel 2018 ho optato per pubblicare prima su Facebook e poi su Tumblr. Il cambiamento è però avvenuto attraverso Instagram che a differenza del 2014 ci ha offerto lo strumento Stories».

Analizzando la scelta di pubblicare il diario di bordo su Tumblr, si scopre che essa è legata soprattutto ai fattori di indicizzazione: a differenza di Facebook, la piattaforma di microblogging dà la possibilità ai contenuti di essere indicizzati anche su Google. Ultimamente però la condivisione del link è vincolata all’autenticazione e la richiesta di un ulteriore passaggio rende poco appetibile la condivisione. «I social – prosegue Antonio Cinotti – ci hanno aiutato moltissimo a far vedere a chi ha contribuito alla raccolta cosa è stato fatto con i soldi raccolti e hanno rappresentato un modo per rendere partecipi tutti i nostri amici di una bellissima esperienza».
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