Fra presente e futuro: dialogo sulla presenza nell'economia e le prospettive del terzo settore

Niccolò Contucci (direttore generale Fondazione Airc per la ricerca sul cancro), Angelo Maramai (direttore generale Fai, Fondo Ambiente Italiano) e Valerio Neri (direttore generale Save the Children Italia) discutono l'inserimento nelle reti socio-economiche e le prospettive del Terzo Settore.

Qual è oggi il ruolo del terzo settore e quale il suo valore economico in un paese sviluppato come il nostro?

CONTUCCI «In tutti i paesi sviluppati il terzo settore presidia l’ambito dell’economia sociale e assolve alla funzione di complemento delle politiche pubbliche (primo settore, lo Stato) e del sistema economico (secondo settore, il Mercato). Nel solo ambito della ricerca scientifica biomedica, gli enti del terzo settore italiani destinano circa 600 milioni di euro all’anno ai ricercatori attivi nelle istituzioni scientifiche del nostro Paese, per la quasi totalità enti pubblici; 130 milioni provengono dalla Fondazione Airc e sono assegnati secondo un metodo di selezione meritocratico e rigoroso, disciplinato da una ferrea protezione dei fondi da ogni forma di conflitto d’interesse, sulla base del giudizio di 600 valutatori non italiani».

MARAMAI «Il terzo settore è oggi un’importante realtà economica in Italia: più del 3,5% del pil italiano, oltre 800mila dipendenti in 340mila organizzazioni diffuse in tutto il territorio italiano. Questi sono solo alcuni dei numeri delle organizzazioni non profit che, attivandosi per l’interesse della collettività, affiancano le istituzioni pubbliche secondo il principio della sussidiarietà sancito dall’art. 118 della Costituzione italiana. Il Fai, ad esempio, gestisce con le proprie strutture professionali l’apertura quotidiana di 30 beni e può inoltre contare su più di 318 presidi di volontariato sul territorio per promuovere e vigilare il nostro immenso patrimonio storico, artistico e paesaggistico».

NERI «Credo che il ruolo del terzo settore crescerà ancora al decrescere della spesa pubblica sia nel welfare sia nella conservazione del patrimonio culturale e naturale. In questo senso le polemiche sulle Ong degli ultimi tempi dimostrano una totale cecità. Distruggere la fiducia della gente su questo settore significa promuovere l’abbandono dei più deboli e la distruzione dei nostri patrimoni nazionali. Anche il valore economico del settore crescerà ancora, così come il numero degli impiegati».

Com’è fare il manager in una società del terzo settore?

CONTUCCI «Una delle principali caratteristiche distintive del terzo settore, rispetto allo Stato e al Mercato, è il ricorso al volontariato. I volontari siedono negli organi di governo degli enti del non profit e si attivano nelle funzioni di supporto e di missione di ciascuna delle 330.000 organizzazioni attive in Italia. Nell’ultimo ventennio molte di queste hanno deciso di investire in strutture operative professionali per dare maggiore continuità, efficienza ed efficacia alle proprie attività. Questa decisione ha determinato la necessità di acquisire figure manageriali in grado di gestire in modo professionale le risorse umane ed economiche dell’organizzazione. Esiste in Italia una leva di manager di ottimo livello formati e impiegati fin dal primo contratto in un’organizzazione non profit. A questi si sono uniti tanti manager e professionisti provenienti da aziende profit che hanno introdotto nel nostro settore una contaminazione positiva in termini di metodi e regole ed efficiente nel perseguimento degli obiettivi caratteristici delle aziende più strutturate».

MARAMAI «Fare il manager nel terzo settore è un’esperienza complessa nella quale si deve essere sempre capaci di mettere assieme esigenze ideali e culturali, tipiche delle nostre “missioni” di pubblico interesse, con le esigenze di sostenibilità e di perseguibilità effettiva di progetti che, per loro natura, non sono prodotti per il singolo consumatore ma valori per la collettività e per le future generazioni».

NERI «È una bellissima esperienza che costringe a tenere insieme valori ideali e logiche imprenditoriali, cercando un bilanciamento tra etica e marketing. E poiché si ha a che fare con valori sociali, significa anche avere un ruolo politico in senso ampio, esaltato purtroppo anche dall’insipienza crescente della classe politica».

Di fatto un’organizzazione senza scopo di lucro oggi deve essere efficiente ed efficace come un’azienda profit, avere una gestione manageriale e fare molto di più, vero?

CONTUCCI «Un ente del terzo settore può fare un deciso salto di qualità se riesce a integrare un corretto metodo manageriale con l’anima non profit dell’organizzazione. Uno dei punti più delicati da gestire è infatti la relazione tra i professionisti e i volontari. Sono pochi i responsabili hr in Italia con un’esperienza approfondita di questo cruciale livello di relazione interna».

MARAMAI «Efficienza ed efficacia sono pilastri imprescindibili del management del non profit, soprattutto quando si vogliono raggiungere risultati davvero apprezzabili e su scala nazionale e internazionale. Inoltre molte organizzazioni (e il Fai è una di queste) hanno raggiunto importanti dimensioni in termini di personale attivo e di totale dei proventi. Qualsiasi attività deve essere adeguatamente progettata e valutata per gli impatti che avrà in termini di budget e impegno organizzativo».

NERI «Certo! L’efficienza gestionale e la capacità di comunicazione e marketing sono essenziali quanto l’efficacia dei progetti in campo per il raggiungimento della missione. Svolgere bene il nostro ruolo sociale crescente significa anche dimostrare al pubblico serietà, onestà ed efficienza».

Avete anche esperienze nel profit? La contaminazione tra profit e non profit a livello manageriale è un plus?

CONTUCCI «Non ho mai lavorato nel profit. Prima di intraprendere la carriera manageriale nel non profit ho lavorato per quasi 10 anni nell’organizzazione di un festival musicale, fino a diventarne il direttore organizzativo».

MARAMAI «Personalmente ho sempre lavorato in organizzazioni non profit. Sono invece testimone di molti passaggi dal profit al non profit. Molte storie di successo ma anche plateali fallimenti. Credo di poter dire che per un manager dell’uno o dell’altro settore valgano gran parte degli stessi strumenti manageriali, ma che questi vadano “interpretati” in maniera molto diversa. L’errore che non deve essere mai fatto da un manager del profit che volesse fare il grande salto è pensare che nel non profit le cose siano più semplici, con meno pressione e stress: il nostro settore ha complessità e difficoltà che possono risultare sorprendenti».

NERI «Sì, ho avuto anche esperienze nel profit che mi sono tornate utili nel non profit. Tuttavia i due mondi sono diversi e l’inserimento di persone provenienti dal profit non è sempre facile nel terzo settore, ma quando riesce è di straordinario beneficio».

Voi avete il contratto dirigenti del terziario gestito da Manageritalia. Lo ritenete un buon punto di partenza per iniziare un rapporto di fiducia con un’organizzazione non profit?

CONTUCCI «Il contratto dei dirigenti è solido e dà ottime garanzie al dirigente e all’organizzazione che lo assume. Credo debba passare ancora qualche anno prima che le attuali medie organizzazioni crescano e possano prendere in considerazione l’opportunità di assunzione di dirigenti nelle posizioni apicali della struttura interna».

MARAMAI «Ho sempre trovato adeguato il contratto Manageritalia basato su una solida esperienza e tradizione».

NERI «Sì, certo. Tuttavia occorrerebbe procedere a un contratto specifico sia impiegatizio sia dirigenziale per il non profit. Ci sono troppe specificità del settore che il contratto del commercio non vede».

Tra i punti di forza un ottimo welfare, compresa la formazione del Cfmt che permette anche scambi intersettoriali e con manager del profit.

CONTUCCI «Colpevolmente da anni non riesco a seguire più gli ottimi corsi professionali gestiti dal Cfmt. Sono stati cruciali per la mia formazione all’inizio della mia carriera».

MARAMAI «Ho sempre trovato particolarmente importante la formazione offerta dal Cfmt. Purtroppo da molti anni non riesco più a seguirne i corsi, ma all’inizio della mia carriera il Cfmt è stata per me una vera scuola di formazione manageriale che mi ha fornito moltissimi strumenti rivelatisi indispensabili per il mio lavoro. Le occasioni dei corsi, inoltre, mi hanno permesso di conoscere e confrontarmi con molti colleghi del profit e questa esperienza è stata per me molto importante».

NERI «Certamente sì. Più scambi tra i due settori sarebbero utilissimi».
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