Negli ultimi due anni è cresciuto in forza ed autorevolezza un dibattito globale sulla necessità per le imprese di ripensare la propria responsabilità e incorporare esplicitamente obiettivi di impatto sociale nel proprio core business. L'ultima tappa di questa discussione si è appena conclusa a Davos, dove Il Manifesto 2020 (“Davos Manifesto 2020: the universal purpose of a company in the fourth industrial revolution”) sollecita l'adesione dei grandi capitali internazionali ad un'agenda di transizione verso il cosiddetto stakeholder capitalism, caratterizzato dalla necessità di rispondere ad una ampia comunità di portatori di interessi e non solo agli azionisti.

Qualunque sia il giudizio che si voglia dare di questa presa di coscienza delle imprese e dei finanzieri di tutto il mondo, è innegabile che ciò riproponga con prepotenza il dibattito tra ruolo del mercato e ruolo dello Stato. In senso ancor più generale, questa grande riflessione collettiva suggerisce una nuova ipotesi di terza via tra Stato e mercato e porta in primo piano il ruolo del Terzo Settore, come ben argomentato con una prospettiva globale nel suo ultimo libro Ragurhan Ranjan, ex Chief Economist del Fondo Monetario Internazionale e 23mo Governatore della Banca Centrale dell'India.

Ma se realmente pensiamo che il Terzo Settore possa giocare un ruolo rilevante nel definire una nuova stagione di capitalismo responsabile e di sviluppo sostenibile, è tempo che politica smetta di considerarlo come un settore non produttivo e lo includa a pieno titolo nelle proprie politiche di sviluppo economico, nelle politiche industriali, nelle politiche dell'innovazione.

In tutto il mondo, il terzo settore viene definito per differenza rispetto allo Stato e al mercato e questa prospettiva si traduce anche in una scarsa attenzione alla sua centralità per il benessere di molti cittadini. In Italia è stato definito nella legge delega 106/2016 e comprende oltre 300mila “…enti privati costituiti per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale e che, in attuazione del principio di sussidiarietà e in coerenza con i rispettivi statuti o atti costitutivi, promuovono e realizzano attività di interesse generale mediante forme di azione volontaria e gratuita o di mutualità o di produzione e scambio di beni e servizi”.

E' un settore che in Italia impiega 844.775 dipendenti e che continua a espandersi con tassi di crescita medi annui superiori a quelli che si rilevano per le imprese tradizionali, in termini sia di numero di imprese sia di numero di dipendenti. Aumenta di conseguenza la rilevanza delle istituzioni non profit rispetto al complesso del sistema produttivo italiano, passando dal 5,8% del 2001 all'8,0% del 2017 per numero di unità e dal 4,8% del 2001 al 7,0% del 2017 per numero di dipendenti.

29 gennaio 2020

Sensoristica
Calenda
Fondazione ANT
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Fondo Monetario Internazionale
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Nonostante questo oggettivo contributo, le organizzazioni del terzo settore continuano ad essere il grande assente delle politiche di sviluppo ed industriali. Abbiamo il grande Piano Industra 4.0 per le imprese grazie all'allora Ministro Calenda ora confluito nel Piano Transizione 4.0. Abbiamo da qualche settimana un Piano di digitalizzazione e sviluppo tecnologico della Pubblica Amministrazione promosso dalla Ministra Pisano. E il Terzo Settore? Non merita forse anche'esso attenzione come parte integrante del nostro sistema economico-produttivo? Se pensiamo che sia prioritario dare supporto a Stato e imprese affinchè migliorino le loro prestazioni attraverso la tecnologia, perché non ci poniamo lo stesso obiettivo anche per il Terzo Settore? Siamo sicuri che le oltre 10.000 forme organizzative del terzo settore imprenditoriale e le centinaia di migliaia di forme associative di varia natura non meritino qualche forma di sostegno all'adozione di tecnologie e supporto all'innovazione, tecnologica e no?
Noi crediamo di sì.

In primo luogo perché se il terzo settore svolge un ruolo così importante nel paese, farlo in modo più efficiente ed efficace non ne muterà né il ruolo né la ragion d'essere. In secondo luogo, perché migliorare le prestazioni di un numero così grande di realtà presenti in tutto il paese rappresenta un modo concreto per intervenire capillarmente a vantaggio delle fasce più deboli della popolazione e dei territori dimenticati. In terzo luogo, perché se, come ci racconta il rapporto “Jobs of Tomorrow: Mapping Opportunity in the New Economy”, il 37% delle 6.1 milioni di opportunità legate a nuovi lavori nel biennio 2020-22 sarà concentrato nella cosiddetta Care Economy, il Terzo Settore non potrà che giocare un ruolo da protagonista. Infine, perché per cominciare ad andare nella direzione giusta basta poco, sia come risorse da allocare, sia come strumenti da adottare e possiamo prendere ispirazione da quanto già fatto per l'industria e per la pubblic amministrazione.

Un modo semplice per aumentare la produttività di molte attività, infatti, è l'introduzione di nuove tecnologie. Gli sforzi pluriennali di digitalizzazione delle pubbliche amministrazioni hanno questo obiettivo, concentrandosi sulla complessa macchina pubblica a livelli diversi, dalle amministrazioni centrali a quelle locali. Il piano Industria 4.0 e le sue evoluzioni sono indirizzati a sostenere le imprese, soprattutto quelle di piccole e medie dimensioni, nella transizione imposta dalle nuove tecnologie digitali.

Un sistema avanzato di gestione della flotta che consenta ai medici della Fondazione ANT, che si occupa di assistenza specialistica domiciliare ai malati di tumore e prevenzione oncologica, di raggiungere i propri pazienti ottimizzando i percorsi, riducendo i costi di esercizio del parco autovetture, aumenta il numero di cittadini che possono essere raggiunti e libera risorse per ulteriori iniziative a favore dei malati e delle loro famiglie. Sistemi avanzati di gestione del magazzino da accoppiare a strumenti di digitalizzazione dei vari oggetti per favorire canali on-line aiuterebbero molti mercatini dell'usato su cui si basano numerose associazioni di volontariato in tutta Italia per favorire il reinserimento lavorativo di persone con disagi di vario genere. Sensoristica e intelligenza artificiale possono aumentare efficacia e scala dei modelli di assistenza a distanza degli anziani. L'utilizzo di strumenti avanzati di agricoltura di precisione aiuterebbero le molte cooperative sociali che operano in agricoltura ad ottimizzare i raccolti, la resa dei propri terreni e la distribuzione dei propri prodotti.

Sono solo pochi esempi, assai banali sotto il profilo tecnologico e delle soluzioni già presenti, di come le tecnologie da cui siamo circondati e di cui comprendiamo l'utilità quando si parla di mercati e di servizi dello Stato potrebbero essere fondamentali per rendere più forte il Terzo Settore. Sì, perché essere più efficienti libera tempo e risorse per aumentare il numero di soggetti a cui poter dedicare i propri servizi ed essere più efficace consente di migliorare il servizio offerto.

E' comprensibile il timore che può nascere in alcuni che questo gergo aziendalistico rischi di snaturare le motivazioni e i valori su cui si fonda il Terzo Settore. Tutte le cose nuove generano sempre dubbi e timori. Ma sono infondati. Basterebbe fare un giro per il Festival del Fundraising, per esempio, che ogni anno raccoglie centinaia di operatori del Terzo Settore, per accorgersi di quanto le nuove tecnologie digitali siano sempre più importanti, dall'uso delle blockchain per mettere in relazione donatori e donanti, ad ERP offerti come software as a service e personalizzati sulle specificità dei servizi no-profit erogati.

Perché, in generale, fare meglio ciò che già si sta facendo non cambia alcuna motivazione, anzi, è esattamente ciò su cui sono impegnati quotidianamente centinaia di migliaia di donne e uomini che lavorano nel Terzo Settore. Aiutare loro come aiutiamo le imprese e lo Stato è il modo naturale per non lasciare indietro ulteriormente chi vive già ai margini della società.

Basta poco. Quanto? Un piano quinquennale da 200ml€ all'anno di contributi per progetti innovativi nel Terzo Settore coinvolgerebbe dai 5mila ai 10mila operatori, con ricadute dirette su almeno un milione di cittadini. L'utilizzo di strumenti a leva come il credito dell'innovazione e l'applicazione per co-investitori di un credito di imposta analogo a quello previsto per Industria 4.0 consentirebbe di raddoppiare il volume degli investimenti ed il suo impatto. Sarebbe il più grande Social Impact Investment mai realizzato da un governo, usando tutta l'esperienza già maturata in questo campo in altri paesi e l'impianto amministrativo già presente al MISE per programmi analoghi.

Un intervento addizionale, misurabile e intenzionale, perfettamente allineato con l'importanza delle nuove tecnologie per la soluzione delle grandi sfide sociali, come ci ricordano sempre più spesso le Nazioni Unite. Una mobilitazione nazionale fondata sulle sue migliori energie, sulla sua vocazione industriale e un uso della spesa pubblica che crea un ponte tra Stato e Mercato per rafforzare l'indispensabile ruolo del Terzo Settore. Un approccio dove la generosità sposa l'attenzione all'efficienza per massimizzarne l'impatto, nobilitando lo sforzo di tanti mettendolo sullo stesso piano delle esperienze più avanzate di gestione. E, forse, un'intuizione politica che può portare a costruire una nuova morfologia industriale che riaccenda la scintilla della creazione di valore, economico e sociale, in territori che sono rimasti drammaticamente esclusi dalla stagione dell'economia della conoscenza.

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